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Limite 2 – Perdita di biodiversità

La biodiversità è una caratteristica fondamentale del pianeta terra che abbiamo abitato per centinaia di migliaia di anni, è grazie alla biodiversità che abbiamo ottenuto il nostro attuale livello di benessere. Oggi la perdita di biodiversità è un fenomeno che sta accelerando e che stiamo continuando a ignorare.

La biodiversità è la grande varietà di animali, piante, funghi e microorganismi che costituiscono il nostro Pianeta. Una molteplicità di specie e organismi che, in relazione tra loro, creano un equilibrio fondamentale per la vita sulla Terra. La biodiversità infatti garantisce cibo, acqua pulita, ripari sicuri e risorse, fondamentali per la nostra sopravvivenza. [1]

WWF

L’unione internazionale di conservazione della natura (IUCN) fornisce indicatori (IUCN Red List) per valutare l’attuale stato di salute della biodiversità su scala planetaria.

La IUCN Red List quantifica il numero di specie a rischio di estinzione dando quindi indicazioni su quali misure di mitigazione debbano essere imposte in modo da evitare il rischio di estinzione delle specie.

L’impatto delle attività antropiche sul pianeta sta alterando gli ecosistemi e sta quindi contribuendo alla perdita di biodiversità. Alcuni studi sui resti fossili hanno mostrato che nei periodi che intercorrono tra due estinzioni di massa il tasso di estinzione di specie viventi è nell’ordine di 0,1-1 specie ogni 10000 ogni 100 anni (definito tasso di estinzione di fondo). Studi più recenti hanno inoltre mostrato, per quanto riguarda i soli mammiferi, tassi di estinzione di circa 2 specie ogni 10000 ogni 100 anni [2]

I dati resi disponibili dalla IUCN Red List permettono di confrontare l’attuale tasso di estinzione specie viventi (finora note) con il tasso di estinzione di fondo. I risultati (in forma conservativa) mostrano che l’attuale tasso di estinzione di specie viventi vertebrate è circa 8-100 volte superiore al tasso di estinzione di fondo. Il tasso di estinzione che stiamo osservando oggi non è neanche confrontabile con quello di fondo essendo 1 o 2 ordini di grandezza superiore. Un’analisi di questo tipo è intrinsecamente conservativa siccome prende in considerazione solamente le specie viventi attualmente conosciute e studiate.

L’attuale ritmo di perdita di biodiversità non è naturale, ed è l’impatto delle attività antropiche che sono la principale causa dell’aumento del tasso di estinzione. Questa relazione tra aumento del tasso di estinzione e attività umane si osserva molto bene nell’immagine seguente.

L’immagine mostra quanti anni sarebbero stati sufficienti (con il tasso di estinzione di fondo riferito ai soli mammiferi) a estinguere lo stesso numero di specie viventi che sono state estinte negli ultimi 114 anni.

Considerando i vertebrati, sarebbero stati necessari tra 2000 anni (stima molto conservativa) e più di 5000 anni (stima conservativa) a estinguere lo stesso numero di specie che sono state estinte in poco più di 100 anni.

Le attività umane degli ultimi 100 anni hanno danneggiato irreversibilmente alcuni ecosistemi portando all’estinzione di un numero di specie viventi ben superiori a quelle che si sarebbero naturalmente estinte.

Altri studi hanno evidenziato che le zone del pianeta in cui si concentra la maggior parte di biodiversità sono le foreste tropicali dell’Amazzonia, del Borneo e del Congo. [3] L’immagine seguente infatti mostra:

  • a sinistra la distribuzione spaziale degli esseri vertebrati [3]
  • al centro la densità di distribuzione spaziale di esseri vertebrati (per 10000 km2) [3]
  • a destra la perdita di esseri vertebrati in valore assoluto (per 10000 km2) [3]

Gli autori si soffermano sul fatto che il dato più preoccupante al momento non è quello della perdita di specie ma della significativa riduzione del numero di popolazioni di quelle specie. Ciò significa che se prima una certa specie occupava una larga parte del pianeta oggi invece si trova ad occupare solo delle ristrette aree. Questa perdita delle popolazioni è un chiaro precursore dell’estinzione di quella specie in un prossimo futuro. [3]

Un articolo nel 2017 ha investigato la correlazione tra tasso di deforestazione e perdita di biodiversità. [4] Considerando solo l’estinzione di specie dovute al fenomeno di deforestazione e supponendo di mantenere costanti nel tempo i tassi di deforestazione del 2017 (sappiamo che invece stanno aumentando), circa 200 anni saranno sufficienti a compromettere le intere foreste tropicali del pianeta. Modelli permettono di predire che questo evento porterà ad un tasso di estinzione ordini di grandezza superiori rispetto al livello di estinzione di fondo. 32 milioni di ettari (equivalenti alla superficie della Polonia) è la superficie di foreste tropicali che abbiamo perso tra il 2010 e il 2015 a causa della deforestazione. [5]

Tuttavia anche l’acidificazione e il surriscaldamento degli oceani sono una potenziale causa di perdita di biodiversità. Alcuni studi hanno permesso di quantificare la dipendenza tra la densità di alcune specie e il livello di acidità (pH) dell’acqua. [6] Certe specie sono più sensibili alla riduzione del pH e mostrano un’accentuata riduzione in regioni a maggiore acidità, altre al contrario sono meno sensibili. In generale gli ecosistemi più sensibili all’acidificazione subiranno un impatto non-lineare con rapide decrescita di biodiversità qualora vengano raggiunti valori di pH al di sotto di una certa soglia.

Molti autori sostengono che siamo all’inizio della “sesta estinzione di massa”, tutti i numeri sono a supporto di questa tesi, le popolazioni si stanno riducendo troppo rapidamente e le specie si stanno estinguendo a ritmi che sono incompatibili con i naturali processi di estinzione.

La sesta estinzione di massa e la riduzione di biodiversità non sono un problema per “il pianeta”, la biodiversità è alla base di tutti i servizi ecosistemici che la natura fornisce al genere umano e di cui abbiamo bisogno per sostenere il nostro attuale modello di vita e benessere. [7]

Esempi di servi ecosistemici sono [8]:

  • la disponibilità di risorse ittiche che sono alla base dell’economia di molti paesi in via di sviluppo
  • l’impollinazione delle piante effettuato da insetti, rettili, uccelli, mammiferi, etc…
  • la decomposizione di materia organica ad opera di batteri

Tutti questi sono servizi che la natura e la biodiversità ci forniscono gratuitamente ma che non dobbiamo dare per scontati.

Al 2016 il 9% di tutte le razze di mammiferi per la produzione alimentare sono state estinte, questo è molto pericoloso siccome una riduzione della biodiversità è causa di una minore resilienza del sistema agroalimentare contro patogeni esterni.

Le prime comunità che subiscono le conseguenze della perdita di biodiversità sono le più fragili che basano la loro esistenza sui servizi ecosistemici che fornisce la natura che li circonda. Ne sono un esempio le popolazioni indigene che abitano a diretto contatto con le foreste la cui vita verrà compromessa irreversibilmente dall’alterazione dell’ecosistema che abitano. Le popolazioni che vivono di pesca di sussistenza subiranno invece l’effetto combinato di aumento della temperatura e acidità degli oceani, questi due processi comprometteranno irreversibilmente le barriere coralline e gli ecosistemi marini di cui sono alla base. [5] Considerando uno scenario di aumento termico di 1,5°C si stima che le barriere coralline copriranno solamente tra il 10% e il 30% dell’attuale superficie. Con un aumento di temperatura di 2,0°C la diminuzione è ancora più drastica, si stima infatti che occuperanno solamente l’1% dell’attuale superficie. [5]

A fare le spese di acidificazione e riscaldamento degli oceani è anche il fitoplancton. Il fitoplancton è costituito da un insieme di micro-organismi capaci di sintetizzare materia organica a partire da materia inorganica sfruttando l’energia solare. Il fitoplancton è alla base della catena alimentare in quasi tutti gli ecosistemi acquatici. Alcuni studi [9] hanno messo il luce una diversa capacità di adattamento delle diverse specie di fitoplancton a maggiori livelli di acidità o temperatura degli oceani. Questo significa che una parte delle specie di fitoplancton andrà a scomparire e a farne le spese saranno tutti i livelli trofici successivi che si cibano di essa. Possiamo solo immaginare quali potrebbero essere la conseguenze finali sull’uomo qualora dovessero essere proprio alcune specie di pesci a farne la spese…

La biodiversità è anche un potente strumento di contenimento di micro-organismi potenzialmente dannosi per l’uomo, infatti un ambiente ricco di specie (con molta biodiversità) è più resiliente siccome un organismo pericoloso non ha modo di diffondersi in modo incontrollato. Questo perché solo una piccola parte delle specie con cui entra in contatto può essere contagiato e quindi divenire vettore. Al contrario, un ambiente con poca biodiversità è meno resiliente, è sufficiente che l’organismo entri a contatto con un individuo della specie dominante per potersi diffondere molto rapidamente.

In conclusione stiamo nel bel mezzo di un esperimento di biochimica su scala planetaria. La vera domanda non è se la perdita di biodiversità porterà a gravi problemi agli ecosistemi ma:

Su quale scala di tempo le forzanti antropiche che stiamo mettendo in gioco saranno tali da compromettere irreversibilmente gli ecosistemi ci sostengono?

Bibliografia

[1] WWF – Che cos’è la biodiversità

[2] Accelerated modern human–induced species losses: Entering the sixth mass extinction

[3] PNAS – Biological annihilation via the ongoing sixth mass extinction signaled by vertebrate population losses and declines

[4] PNAS – Global biodiversity loss from tropical deforestation

[5] IPBES – The global assessment report on BIODIVERSITY AND ECOSYSTEM SERVICES

[6] PNAS – Divergent ecosystem responses within a benthic marine community to ocean acidification

[7] Definizione del metodo per la classificazione e quantificazione dei servizi ecosistemici in italia

[8] Commissione Europea – Beni e servizi ecosistemici

[9] Ocean acidification may cause dramatic changes to phytoplankton

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